Un film di Fatih Akin.
Con Birol Unel, Sibel Kekrilli, Catrin Striebeck, Cem Akin, Hermann Lause
Titolo originale Gegen die Wand-Head On. Drammatico, durata 123 min. – Germania 2004. uscita venerdì 22 ottobre 2004.
Dopo un tentativo di suicidio Cahit incontra Sibel. Sono entrambi di origine turca ma vivono da molti anni in Germania. Sibel vuole uscire dalla sua famiglia in cui gli uomini comandano e propone a Cahit di sposarla. Lei avrà così una copertura per vivere una vita libera anche sul piano sessuale. Ma il ruvido Cahit pian piano se ne innamora. Un bel film tedesco che descrive gli immigrati senza retorica cercando di trovare la verità nella confusione dei sentimenti che sembra essere diffusa tra tutti gli strati della popolazione ma che trova ulteriori ostacoli quando le tradizioni impongono le loro regole assurde e prevaricatrici.
Gli esempi si moltiplicano (come il degradare della commedia nella farsa folcloristica, a scapito delle dignità/identità e a favore della crassa comicità): da Moonson Wedding di Mira Nair a Sognando Beckam, anche se gli esordi erano di altro segno, come il My beautiful laundrette del primigenio Kureishi/Frears e le eccezioni altrettanto particolari (come il film israeliano Matrimonio tardivo). Tra queste, ora, si inserisce La sposa turca. Faith Akin ribalta gli stilemi dei genere raccontando, bene e in maniera intelligente, una storia di matrimonio coatto al contrario: quella di una ragazza turcotedesca (siamo ad Amburgo) che per liberarsi della pressione di una famiglia ossessiva, dopo aver tentato vanamente di suicidarsi, trova nel (finto) matrimonio una via di fuga. Il progetto è di convincere un suo conterraneo di sposarla senza condividere oneri e onori del matrimonio. Ognuno fa la propria vita (compresa quella sessuale), concessa dalle apparenze. La scelta cade su un quarantenne autolesionista (interpretato da Birol, bella faccia sfasciata alla Rourke) incontrato nell’ospedale psichiatrico. Il film dalla commedia etnica presto scema nella tragedia (scandita in atti da un «coro greco» in formazione musicale), una sorta di melodramma turco-tedesco acido e corrosivo che termina sulle sponde di lstanbul in un finale di ingannevoli peripezie «conservatrici». Vedere la protagonista femminile arrivare carica di rabbia e trasgressione nella Turchia di oggi, scissa tra i «consigli di famiglia» (che sentenziano il delitto d’onore con ferocia primigenia) e la difficile lotta per la parità sessuale, è un bell’esercizio di immaginazione sociologica fatto da un regista turco tedesco ché vede Istanbul con gli occhi di Berlino.
Da L’Unità, 15 ottobre 2004