A rischio i malati che rifiutano le cure. Esplodono se si sentono perseguitati

LO PSICHIATRA IL PROFESSOR GUERINI: MANCA UNA RETE DI PROTEZIONE SOCIALE

Assistenza territoriale. Un’équipe di operatori assiste a domicilio 380 pazienti: «Alcuni lanciano i mobili dalle finestre»

Quanti altri Oleg, psicotici che si dimenticano in tasca le pillole per placare la crisi, che non si presentano alle visite di controllo, che rifiutano di andare al Centro psicosociale? Antonio Guerini, uno dei padri della psichiatria milanese, cui spettò il compito di chiudere il manicomio Paolo Pini negli anni Novanta, mette le mani avanti: «Non tutti i malati di mente sono violenti». Poi, ammette: «Il problema è la rete territoriale. Se una mamma vede che il figlio è nervoso, agitato, è testimone di qualcosa che non va, deve allertare i servizi. Certo, deve anche esserci qualcuno dall’ altra parte che l’ ascolta e interviene. Manca una rete sociale. Forse manca anche quella operativa». Eppure quando c’ è, funziona. In piccolo e con fatica il professor Guerini, che ha fortemente creduto nello smantellamento delle prigioni per matti, sta creando una rete. È il progetto ministeriale «Piano Urbano», con gli operatori (una quarantina) che vanno a casa dei pazienti psicotici segnalati dai Cps tra i malati più gravi, in primis perché non collaborano con il medico. «Non si sentono malati, non accettano le cure, ma si isolano fino a sentirsi abbandonati, circondati da persecutori e, quando non riescono più a controllare le pulsioni, esplodono». Magari buttando dal quinto piano tutti i mobili di casa. In sette anni, da quando il progetto è partito, Guerini e staff hanno preso in carico 380 pazienti, con una media di 15 mila interventi l’ anno. «Si vanno a prendere, si portano a fare spesa, al cinema, si crea la fiducia con l’ operatore che è anche un termometro del loro stato. Ogni settimana i casi vengono sottoposti a supervisori». L’ età media è di 50 anni. «Ma dai servizi arrivano sempre più richieste di prenderci cura di soggetti giovani, che vedono i Cps come piccoli manicomi e li rifiutano». I pilastri del progetto sono la «continuità»: «Non ci arrendiamo se il malato ci chiude la porta in faccia. Insistendo si ottiene un rapporto». La flessibilità: «Gli operatori si adeguano alle esigenze del paziente. Fino ad alzarsi alle 3 del mattino se è necessario accompagnarli in viaggio». E personalizzazione: «I matti non sono mica stupidi. Ciascuno ha le proprie esigenze e va accompagnato». In sette anni, e suona quasi come un paradosso, un solo incidente: «Un paziente morso da un cane».

D’Amico Paola

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