Contro le reclusioni immorali

Prof. Dal Palù: “Per le malattie mentali gravi servono centri di alta specializzazione”

Molto scalpore hanno suscitato in queste ultime settimane due fatti di sangue imputati ad individui che erano considerati, da chi li conosceva, come strani e violenti ma mai come malati mentali gravi, bisognosi di cure particolari e di attenzione. La trasmissione «Porta a Porta» del 12-5-03, dedicata appunto a questo tema, è risultata molto stimolante in quanto ha avuto il pregio di portare alla ribalta un problema importante e difficile come quello della potenziale pericolosità sociale del malato mentale grave. È evidente che di fronte ad un paziente con una patologia mentale grave debbano essere eliminati per quanto possibile tutti i potenziali fattori di rischio ivi compresa la concessione del porto d’armi: e ciò sia per il bene del paziente che della società, e finché la malattia non sia stata ben equilibrata dalle terapie. È altrettanto evidente però che queste sacrosante limitazioni non devono indurre a soluzioni incivili: troppo breve è infatti il passo tra il dichiarare pericoloso socialmente un malato del genere e il decidere di rinchiuderlo, togliendogli ogni libertà e quindi il diritto alla vita. Significa passare dalla cura alla reclusione: che è una soluzione sicuramente più facile, ma appunto incivile e immorale. Dal punto di vista statistico e medico, secondo gli illustri psichiatri presenti alla trasmissione, circa il 40% della popolazione del nostro Paese soffre di un qualche disturbo mentale. Colpiscono invece circa il 3% della popolazione le patologie mentali gravi e cioè malattia maniaco-depressiva (disturbo bipolare) e la schizofrenia: anche se entrambe possono presentarsi in una gamma vastissima di espressioni, dalla più lieve alla più grave. Orbene, per concorde opinione sia degli psichiatri che degli uomini di legge, la percentuale di azioni criminose e violente attuate da persone normali è molto più elevata di quella imputabile a malati mentali gravi. La percentuale di malati mentali gravi socialmente pericolosi è decisamente bassa, ben inferiore al 3 per cento. Non è questo il luogo per riportarne le ragioni ben note agli psichiatri: va invece sottolineato quanto è stato ben evidenziato, sempre nel corso della trasmissione, dal criminologo professor Bruno e cioè la peculiare differenza tra le azioni criminose compiute da persone «normali», che non sono prevedibili a meno che non si tratti di criminali rispetto a quelle imputabili a malati mentali «gravi»: cioè a persone con segni evidenti di malattia e quindi «a priori» individuali e prevenibili. È evidente, a questo punto, l’importanza che assume la figura dello psichiatra, il quale deve saper individuare tra i malati di mente quelli «pericolosi»: fra i vari rischi, particolarmente grave è il rischio che a causa di diagnosi approssimative o errate vengano definiti come tali anche individui con patologie mentali lievi e che vengano presi quindi anche per questi provvedimenti restrittivi ingiustificati. Altrettanto importante è che si attui una terapia corretta, molto difficile senza il supporto di strutture adeguate. Attualmente, se un malato mentale grave viene riconosciuto come tale, la terapia troppo spesso consiste soltanto nella reclusione in Residenze Protette e/o nella somministrazione di dosi elevate di psicofarmaci che lo rendono sì inoffensivo ma un vegetale. Nessun dubbio quindi che il compito dello psichiatra sia particolarmente difficile: ed appare perciò incongruo di affidare compiti cosi complessi alla generalità degli psichiatri operanti sul territorio. È come se lasciassimo ai cardiologi di base il compito di curare i cardiopazienti più gravi. Occorrono perciò, anche per la psichiatria, specialisti molto qualificati e Centri di Alta Specializzazione per le patologie mentali gravi, capaci di dare a patologie così importanti quelle risposte che oggi, purtroppo, nel nostro Paese non vengono date se non in poche isole felici. E non si dica che bisogna perciò riaprire i manicomi! È come se decidessimo di confinare permanentemente a letto negli ospedali tutti i pazienti colpiti da infarto miocardico, anziché curarli convenientemente, in fase acuta, nelle Unità coronariche. e se necessario operarli, e incoraggiarli poi a seguire corsi di riabilitazione cardiaca: il tutto sotto l’egida di cardiologi particolarmente competenti nelle varie discipline della Cardiologia (cardiologi interventisti, delle unità coronariche, riabilitatori, aritmologi e così via). Se è cosi per i malati di cuore o di altri apparati. perché non per i malati di mente?

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