Gli sbalzi d’umore che rendono creativi

SINDROME MANIACO-DEPRESSIVA. NEI CASI LIEVI SE NE GIOVA L’ORIGINALITÀ IL PARADOSSO IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA DI UNA PATOLOGIA DIFFICILE DA SOPPORTARE E DA GESTIRE

Fra gli artisti sono più numerosi i «bipolari». Il legame sembra non essere lineare: chi soffre delle forme maniacali più gravi è meno capace di generare creatività rispetto a chi soffre di forme più leggere .Un elemento centrale sarebbe la condizione mentale di apertura verso le nuove esperienze e le nuove idee

Un leggero tocco di maniacalità è un ingrediente magico per lo sviluppo della creatività. Diversi studi hanno dimostrato che tra chi svolge professioni creative esiste una percentuale di persone affette da disturbo maniaco-depressivo (talora chiamato anche bipolare) nettamente superiore a quella esistente nella popolazione generale. Un ruolo centrale è giocato soprattutto dagli stati maniacali, caratterizzati da sintomi quali stato d’ animo euforico, aumento dell’ autostima, pensieri che si succedono rapidamente, scarso bisogno di sonno. Dati statunitensi indicano che tra coloro che svolgono professioni creative la percentuale di maniaco-depressivi è di oltre l’ otto per cento, mentre nella popolazione generale è solo dell’ uno per cento (questo dato riguarda il disturbo bipolare di tipo I°)

D’ altra parte, è stato scoperto che circa l’ otto per cento delle persone affette da disturbi bipolari può essere considerato creativo. Il legame dunque esiste, anche se, come ricordano Greg Murray (della Swinburne University of Technology, Hawthorn, Australia) e Sheri Johnson (della University of California, Berkeley, Stati Uniti) in un recente articolo di revisione sull’ argomento, pubblicato su Clinical Psychological Review , deve ancora essere dimostrato in maniera definitiva, perché finora è emerso più che altro da studi di casi singoli piuttosto che da ampie ricerche epidemiologiche. Inoltre, il legame sembra non essere lineare: chi soffre delle forme maniacali più gravi è meno capace di generare creatività rispetto a chi soffre di forme più leggere. Un’ esperta in materia è Kay Redfield Jamison, professore di psichiatria alla Johns Hopkins University School of Medicine di Baltimora, uno dei partecipanti di spicco della settima conferenza mondiale «The future of Science», intitolata quest’ anno «Mind: the essence of Humanity», che si terrà dal 18 al 20 settembre a Venezia alla Fondazione Giorgio Cini. «Sono decenni, o veramente secoli che l’ umore elevato è stato messo in relazione in qualche modo e sotto certe circostanze, alla creatività – ci racconta la professoressa Jamison -. Così è in realtà anche per altri aspetti, come il temperamento, il sottostante dono dell’ immaginazione, la capacità di riflettere e di imparare dalle avversità. Poi la depressione può facilitare la riflessione, almeno fino a un certo punto». Molto nota soprattutto negli Stati Uniti, anche per aver lei stessa sofferto di disturbi bipolari, la Kay Redfield Jamison è autrice del libro «Touched by the fire» («Toccato dal fuoco», TEA 2009), nel quale utilizza le conoscenze di genetica, neuroscienze e farmacologia, per svelare i rapporti tra genio creativo e follia, un compito che la porta a rivisitare le vite di geni maledetti, come Virginia Woolf, Vincent Van Gogh ed Ernest Hemingway. Gli scritti della Jamison, ma anche le sue interviste televisive e partecipazioni a eventi pubblici, sono finalizzate tra l’ altro ad aiutare i malati ad affrontare i propri disturbi, oltre che a elevare il livello di consapevolezza sociale di questa che una volta era considerata una sorta di romantica follia. Nel corso degli ultimi anni i ricercatori hanno anche provato a definire quali sono le singole componenti di personalità necessarie per lo sviluppo della creatività. Secondo Murray e Johnson, un elemento centrale sarebbe la condizione mentale di apertura verso le nuove esperienze e le nuove idee, perché è proprio a partire da esse che la creatività può edificare le sue costruzioni. Poi bisogna tenere conto del livello di originalità dei pensieri che si riescono a produrre, un tratto che può sfociare anche in quei tratti di antisocialità che non infrequentemente si trovano nelle personalità molto creative. Infine c’ è l’ estroversione, quella particolare forma di apertura verso gli altri che caratterizza soprattutto gli artisti che effettuano performance, come musicisti, cantanti e attori, mentre risulta meno presente tra coloro che lavorano essenzialmente nel proprio studio, senza avere contatti diretti con il pubblico, come scrittori, pittori e compositori.
Di Diodoro Danilo

 

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