Nietzsche, viaggio fatale oltre il confine della follia

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I giorni più tragici del genio che sfidò il mondo

Friedrich Nietzsche non era una mente, ma un clima. Il barometro agiva su di lui come un destino: aveva una sensibilità meteorologica intensissima, ed era così indifeso davanti allo svariare delle luci e delle temperature, che a volte scorgeva in se stesso una debolezza radicale, dalla quale non avrebbe mai saputo liberarsi. Se il clima aveva un’influenza simile su di lui, si trattava di scegliere un clima. Non sopportava quello della Germania dove era nato, né quello di Basilea, dove aveva insegnato per anni. Allora, per il resto della sua vita, emigrò nella Francia meridionale e in Italia: Mentone, Nizza, Genova, Sorrento, Messina, i laghi lombardi, Venezia, Roma, Torino – oltre che l’incomparabile Sils-Maria, in Engadina. Ma, anche lì, trovava nemici: la nebbia, le nuvole, l’umidità, il caldo, il freddo, l’eccesso o l’assenza di luce. Non sopportava l’inimicizia della natura: se il cielo era coperto, una tenaglia lo stringeva attorno alla testa, gli impediva di respirare, di pensare, di sentire, di scrivere, di camminare. La vita diventava tragica, come se fosse Aiace o Edipo, e potesse vivere soltanto nell’atmosfera irrimediabile della tragedia. Ancora una volta fuggiva: e poi di nuovo fuggiva; alla caccia di quel freddo mite e di quell’aria stimolante, che gli permettevano di scrivere.
Alla fine del 1883, Nietzsche giunse a Nizza, dove abitò tutti gli altri inverni della sua vita, fino al tremendo inverno del 1888, a Torino, quando piombò nella follia. Il clima di Nizza gli piaceva e lo incantava indicibilmente. Il cielo era luminoso e limpidissimo, senza una nuvola: l’aria secca e vivificante: il mare di un blu tropicale: nelle notti, i chiari di luna facevano vergognare e arrossire i lampioni a gas: sentieri portavano nelle colline: le arance gialle occhieggiavano tra i rami: la natura aveva una eleganza mondana, libera e grandiosa, che entrava e possedeva la città: l’inverno, i colori erano impastati di un luminoso grigio-argento; e anche se qualche volta le montagne vicine si incipriavano di bianco, non sembrava una malvagità, ma una specie di maquillage della bellissima incantatrice meridionale. Non c’era sosta, non c’era requie: durante l’anno, Nizza aveva duecentoventi giorni assolutamente tersi e sereni; senza rivali in Europa, nemmeno sulla riviera ligure. Settimane dopo settimane, il cielo splendeva puro da mattina a sera. «Nizza mi incanta sempre – diceva – come se non l’avessi mai vista». Il 21 giugno 1885, a St. Jean, vide delle splendide siepi di geranio, verdi e con i fiori rossi.
Così Nietzsche, che non aveva ancora compiuto i quarant’anni, si sentiva ringiovanire; e gli sembrava che Nizza lo proteggesse. Il nome non derivava forse dal greco antico Nikaia, e da Nike, che significava Vittoria? La testa era diventata più libera di anno in anno: lo spirito vivace sopportava con maggior leggerezza il proprio fardello – il tremendo fardello a cui è condannato ogni filosofo; i pensieri erano ardimentosi e veloci, e la mano vergava parole rapidissime sulla carta. Abitò quasi sempre alla Pension de Génève, petite rue St. Etienne. La stanza era lunga e larga: il letto era tre volte più grande del suo letto tedesco; e dalla alta finestra guardava gli enormi eucaliptus, grandi edifici rossastri, la bella curva della Baie des Anges, lo square des Phocèens, la Corsica nella lontananza; e gli pareva di aver afferrato una piccola parte – non più della coda – di quella felicità che gli era sempre sfuggita.
Soffriva terribilmente di solitudine. Credo che ne soffrisse sempre, anche quando era bambino, anche negli anni di insegnamento a Basilea, circondato da professori e studenti che lo ammiravano, e nei tempi dell’amicizia con Richard e Cosima Wagner – i giorni della felicità e della fiducia. Ma la parola solitudine non basta, per comprendere l’istinto profondo di Nietzsche. Era troppo orgoglioso per credere che qualcuno «potesse amarlo». Allora, con una specie di furore demoniaco, recideva ogni rapporto con qualsiasi essere umano: non desiderava essere affine a nessuno, né vivo né morto: non voleva sentire nessuna voce di risposta; sempre soltanto l’eco della sua molteplice voce, ripetuta migliaia di volte. Era un’esperienza terribile, che poteva distruggere l’uomo più duro, e tanto più lui, che era tanto gracile e fragile. Così, via via, la solitudine cresceva, fino a coprire l’ultimo orizzonte: egli era l’uccello selvatico perduto nei cieli: il remoto isolano che nessuna lettera raggiungeva: il fuggiasco e l’esule; o il filosofo, trincerato nella sua tana o nel suo antro infernale. «Una filosofia come la mia – diceva – è come una tomba. Non si riesce a vivere insieme a lei».
Quando lasciò Basilea per peregrinare in Italia, accusò gli amici di averlo abbandonato. Non era vero: lui aveva abbandonato gli amici; anzi, tutto il genere umano, che aveva cancellato con un gesto. Nessuno – ripeteva – gli faceva un cenno d’affetto, nessuno aveva bisogno di lui, nessuno si preoccupava di curarlo, nessuno cercava di scoprire quali sentimenti si nascondessero dietro i suoi libri. «Ho avuto l’impressione – scrisse alla madre – che tutto il mondo, in lungo e in largo, tacesse; nessuna farfalla in forma di lettera si è persa in volo fino a giungere alla mia abitazione». «Intorno a me – ripeteva a un’amica – s’è fatto davvero il vuoto: non c’è nessuno che abbia un’idea della mia condizione… Non ho sentito per dieci anni nemmeno una parola che penetrasse fino a me. È una cosa che astrae da ogni rapporto umano, e crea un’intollerabile tensione e vulnerabilità. È come essere un animale continuamente ferito». Mentre accumulava solitudine sulle sue spalle, cercava sempre più affetto: il calore dell’amicizia, come quella con Franz Overbeck, suo antico collega a Basilea, che intiepidisce e addolcisce le parti più desolate dell’epistolario. Soprattutto desiderava amici più giovani. Quando morì Heinrich von Stein, provò un immenso dolore: perché aveva sperato che la sua esistenza giovanile così fresca e fervida fosse riservata proprio a lui per il futuro.
Dopo il 1886, ebbe l’impressione che la sua vita si trovasse come in un pieno meriggio. Si gettò dietro le spalle i libri della sua giovinezza e della sua maturità – Aurora, Gaia scienza – che restano, in realtà, i suoi capolavori. Si prefisse un compito: creare un immenso sistema filosofico, che desse compattezza e coerenza a tutto ciò che aveva, fino allora, sparsamente pensato. Non si faceva illusioni: forse non avrebbe creato nessun sistema: avrebbe trovato soltanto un pertugio attraverso il quale fissare l’ineffabile; e, in ogni caso, il compito sarebbe stato uno di quegli strumenti di tortura che si usavano anticamente. Aveva bisogno di rinunciare completamente a se stesso e di non pensare più al suo io: trovando calma, disciplina, quiete, una precisione quasi militaresca, e trasformando gli eventi fortuiti in un destino. Per tutto questo, gli era necessaria una solitudine ancora più estrema di quella che aveva conosciuto fino allora. Lentamente, cominciò a prepararla e a costruirla. Ma fu il supremo dei suoi fallimenti: perché, in fondo a questa solitudine volontaria, trovò la lacerazione e la frantumazione della follia.
La solitudine aveva un altro nome: malattia. Era il suo vero nome. Ci furono mesi in cui Nietzsche era malato per tre settimane, giorno dopo giorno. In altri casi, subiva attacchi improvvisi di tutte le sue malattie congiunte, che lo lasciavano sconvolto e distrutto, sull’orlo della catastrofe. Aveva violentissimi assalti di emicrania, che gli impedivano di pensare: dolori alla schiena, che gli impedivano di viaggiare: insonnia, vomito, giramenti di testa, raffreddori, spossatezza, svogliatezza, eccitabilità, depressione, disperazione. Tutto quanto proveniva dall’esterno lo faceva ammalare: la cosa più piccola cresceva fino a diventare mostruosa; e solo in circostanze favorevoli, con un’estrema attenzione e accortezza, riusciva a raggiungere un equilibrio fragilissimo. E poi c’erano gli occhi, i debolissimi occhi: macchie, offuscamenti, arrossamenti, lacrimazioni, veli che si muovevano davanti allo sguardo, anche se il tempo era bello e sereno. La quasi cecità accresceva l’angoscia della solitudine – sebbene, in modo per noi inconcepibile, egli riuscisse a leggere e a scrivere moltissimo. Non so se egli conoscesse le cause della sua malattia, doppia come quella di Leopardi: sia organica sia psicologica. Da un lato soffriva di sifilide, che aveva contratto non sappiamo quando: dall’altro di psicosi maniaco-depressiva, che lo gettava dall’esaltazione della paranoia alla «ostinata nera orrenda barbara malinconia», di cui decenni prima aveva parlato Leopardi.
Il 5 aprile 1888 Nietzsche giunse, per la prima volta, a Torino, lasciando le rive del mare. In pochi giorni, l’antica capitale sabauda lo affascinò completamente: come mai, fino allora, nessun luogo della terra, nemmeno Venezia, Nizza e Sils-Maria. Le molte lettere che dedicò a Torino sono, forse, le più belle pagine che siano mai state dedicate a una città moderna; e, certo, le più belle conosciute da Torino, che viveva un momento felicissimo della sua storia, folto di nuove costruzioni e di librerie colte. Nietzsche, che adorava il clima di Sils-Maria, non avrebbe mai creduto di ritrovare, in quella città di pianura, la stessa aria secca, stimolante, elastica, energica, trasparente, ispirata dell’Engadina, di cui aveva bisogno, se voleva muovere il suo stile vibrante e flessibile.
Le montagne nevose erano vicinissime; e Nietzsche amava le larghe strade che sembravano correre diritte verso le nevi come verso le loro madri. Amava i viali pieni di splendidi alberi dalle foglie verdi e brillanti, che correvano oltre il corso del Po: il cielo e il grande fiume di un tenero azzurro, come in un Claude Lorrain che non aveva mai visto. Nella città, costruita nel Seicento e nel Settecento, c’era dovunque un’aria di corte: una calma, un silenzio e una quiete aristocratiche, e un’«unità di gusto» che si estendeva al colore giallo o rosso-crema dei palazzi. Nietzsche non aveva requie: attraversava piazza San Carlo, piazza Carignano e piazza Madama: modulava col piede i nobili selciati delle strade, attraversava le vaste piazze, che emanavano un senso straordinario di libertà, percorreva i lunghissimi e ampli portici, che proteggevano i suoi occhi dal sole, ed entrava nei gloriosi caffè, dove diventò presto un intenditore di gelati, spumoni e pezzi duri.
Passò una pessima estate a Sils-Maria, che, per una volta, lo tradì col freddo, i temporali e la tempesta. Fu sovente ammalato. Ma poi la sua Perla Perlissima, come la chiamava, aprì a ventaglio la sua antica e seducente coda di pavone dai colori meridionali. Il tempo toccò «una sublime perfezione terrena». Comparve una meravigliosa atmosfera estiva: tutti i colori in pieno splendore, un blu di lago e di cielo, l’aria tersa, mentre le montagne bianche fin quasi a fondo valle esaltavano in ogni modo l’intensità della luce. Il 21 settembre 1888 Nietzsche era di nuovo a Torino, fuggendo l’Engadina e la Lombardia alluvionate. Ritrovò, in chiave autunnale, la bellezza amata in primavera. Ma il tono delle sia pur bellissime lettere è cambiato: si avverte, nella descrizione della vita quotidiana, un di più di esaltazione, un’euforia, un incanto alcoolico, che rivelano come il pendolo della psicosi tendesse pericolosamente verso l’alto, verso il culmine dell’abisso.
Ciò che colpisce, in queste ultime lettere, folgorate dalla luce della follia, è il fatto che Nietzsche vi ripeteva le parole che aveva sempre scritto. Ma ora tutto veniva stravolto. Nei suoi grandi libri, aveva avuto una sensibilità così fine e ramificata da ripetere tutte le voci e i suoni del mondo: mentre, nelle vie di Torino, egli era letteralmente Buddha, Alessandro Magno, Giulio Cesare, Shakespeare, Voltaire e Napoleone. Nietzsche era stato Dioniso e Gesù Crocifisso: Dioniso nel Crocifisso e il Crocifisso in Dioniso. Ora tutto si avverava: sotto le spoglie di Nietzsche, Gesù saliva sulla croce, dileggiato e deriso: Dioniso era fatto a brandelli dai Titani e smembrato in un numero infinito di individui; ed entrambi si trasformavano, venivano salvati, salvavano, mentre – Nietzsche commentava – «il mondo è trasfigurato, poiché Dio è sulla terra. Non vedi come i cieli gioiscono? Ho appena preso possesso del mio regno».
La notizia della follia di Nietzsche si diffuse rapidamente tra gli amici e i conoscenti. Franz Overbeck lasciò la stazione di Basilea la sera del 7 gennaio 1889, e il giorno seguente, dopo 18 ore di viaggio, era a Torino, cercando l’abitazione di Nietzsche nella città sconosciuta. Voleva riportarlo a casa. Finalmente riuscì a entrare nella stanza, dove Nietzsche aveva «pensato, scritto riso e delirato» per mesi. Stava rannicchiato nell’angolo di un sofà, col volto terribilmente emaciato.
I due amici si abbracciarono lacrimando: poi Nietzsche si lasciò ricadere sul sofà, sconvolto da sussulti di pianto. «Forse proprio in quell’attimo – scrisse Overbeck – gli si spalancò davanti l’abisso sul cui ciglio ora si trova, o dove piuttosto è già precipitato». Poi Nietzsche si sedette al pianoforte, dove cantava a voce spiegata in preda alla frenesia ed esaltandosi sempre di più. Proclamava di essere «il pagliaccio della nuova eternità», e rendeva la sua gioia con le espressioni più triviali, o con balzi e danze scurrili, o con smorfie da istrione. Overbeck ebbe una impressione atroce: quello spettacolo incarnava con terribile efficacia l’idea orgiastica della follia sacra, sulla quale era fondato il teatro antico. Adesso, tutto era finito: tutto quel possente mondo tragicomico – Eschilo, Aristofane, Le Eumenidi, Le Rane, Le Nuvole – si esprimeva attraverso la sua scurrile degradazione. Nel mondo moderno, Dioniso, l’antichissimo dio dell’estasi e della lacerazione, era diventato un pazzo, sottoposto, come il professor dottor Friedrich Nietzsche di Basilea, a un processo di «paralisi progressiva».
Pietro Citati
Il quinto tomo
Tutto l’epistolario del filosofo tedesco
Di Nietzsche la casa editrice Adelphi ha pubblicato il quinto e ultimo volume dell’epistolario. Si intitola Epistolario 1885-1889: l’edizione è condotta sul testo critico di Giorgio Colli e Mazzino Montinari, con traduzione e cura di Giuliano Campioni e Maria Cristina Fornari (pp. XIV-1360, e 100). Il filosofo tedesco Friedrich Wilhelm Nietzsche nacque a Röcken il 15 ottobre 1844 e morì a Weimar il 25 agosto del 1900. Nel 1888 andò ad abitare a Torino, dove scrisse L’anticristo, Il crepuscolo degli dei ed Ecce Homo (testo pubblicato postumo). Nel 1889 subì il crollo mentale che lo portò alla follia.

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