L’ora di religione

locandina-lora-di-religione-210x300 L'ora di religione

 

Un film di Marco Bellocchio.
Con Sergio Castellitto, Piera Degli Esposti, Jacqueline Lustig, Gigio Alberti, Gianfelice Imparato, Toni Bertorelli, Donato Placido, Maurizio Donadoni, Alberto Mondini, Gianni Schicchi, Renzo Rossi, Pietro De Silva, Bruno Cariello, Maria Luisa Bellocchio
Drammatico, b/n durata 102 min. – Italia 2002.

Il brutto titolo fa pensare ad una tavola rotonda televisiva e svilisce il soggetto del film, invece molto originale. Il pittore Ernesto Picciafuoco, ateo convinto, si trova a dover affrontare l’istanza di canonizzazione della madre, perseguita con avidità dai familiari, speranzosi di poter sfruttare economicamente la presenza di una santa in famiglia. Il contatto con la burocrazia ecclesiastica offrirà al protagonista l’occasione di confrontarsi con un passato che ha voluto dimenticare. La cosa più strana della sceneggiatura, dello stesso Bellocchio, e’ che non pone le basi per uno scontro, o comunque un confronto, a cui potersi appassionare o semplicemente partecipare. Il personaggio di Ernesto, infatti, interpretato da un bravissimo Sergio Castellitto, sembra avere già risolto da tempo i suoi conflitti nei confronti della madre, dei familiari e del rapporto con la propria fede, attraverso una scelta di non appartenenza a quel mondo.  Tutto ciò che gli ruota intorno, quindi, appare più viziato dal punto di vista del regista, che conseguenza degli eventi narrati.

Anche visivamente, al di là della concretezza del protagonista, l’universo rappresentato prende le pieghe del sogno virato all’incubo, con situazioni assurde condite dalla recitazione stranita degli attori (anche se Jacqueline Lustig, che interpreta la moglie, sembra proprio involontariamente stonata). Alcuni personaggi che il protagonista incontra nella Via Crucis del film, riescono a comunicare la vacuità di un mondo dove la forma ha preso il sopravvento, la ricerca di una propria identità che superi i confini delle etichette, le insidie dell’intimità famigliare, il tentativo di raggiungere una laica purezza di pensiero. Basta pensare alla bravissima Piera Degli Esposti, che impreziosisce con il suo carisma il vivace personaggio di zia Maria. Ma anche le altre zie, il conte Bulla, il miracolato, il fratello blasfemo. Altri, invece, non riescono a superare il confronto tra scrittura ed immagine e restano prigionieri delle intenzioni, come la pseudo insegnante di religione (forse l’episodio meno riuscito del film), la moglie inespressiva, il bambino chicchirichi’, l’irritante editore, gli altri fratelli. L’insieme risulta quindi disomogeneo. Coraggioso per il modo assolutamente personale ed originale con cui Bellocchio mette in scena la propria religiosità laica, ma un po’ incompiuto nella narrazione e senza un percorso intimo del protagonista davvero comunicativo.
Probabilmente non e’ un caso la composizione dell’immagine con cui si conclude il film e che ricorre più volte nel corso della pellicola, in cui la famiglia e le figure ecclesiastiche sono schierate, immobili, in fondo ad una sala. Ricorda molto i quattro terribili carnefici di “Salo’ o le 120 giornate di Sodoma”, come a rimarcare l’invariabilità delle oscure pulsioni collegate all’esercizio del potere (tra l’altro Bellocchio era il doppiatore di uno dei quattro lucidi assassini del film di Pasolini).
Luca Baroncini
Interessante.
Non esente da molte sbavature, ma cmq molto bella l’idea di realizzare un film su un tema di profonda valenza intellettuale in maniera diretta, senza fronzoli, e a tratti anche iperbolicamente ironica. Bellocchio incalza apparentemente le vesti di un film d’autore, di denuncia, delineando una realtà, e cioe’ quella dei rapporti tra la fede e la credenza comune, sui motivi per cui “credere”, sulle sue devianze a aberrazioni morali, pratiche, sociali. Il tutto e’ reso abbastanza bene, con un Castellitto che rappresenta efficaciemente lo sbigottimmento dell’uomo medio nell’ambito pero’ di una profonda umanità esistenziale, un uomo come tanti che pero’ non accetta sempre a scatola chiusa tutto quello che lo circonda.
Bellissime alcune scene: la duellanza dell’ermetico Conte (Bertorelli e’ la vera star di questo film, un attore veramente unico capace di riempire da solo la scena con la sua voce e la sua presenza; oserei dire il nuono Gassman, anche per le sue pur sempre rilevanti prestazioni anche in film pessimi come Luce dei miei occhi o Zora la Vampira), il dialogo con la zia (semplicemente eccezionale), e il forte pathos sprigionato da chi ha avuto l’enorme coraggio di rappresentare una bestemmia in un testo cinematografico (la scena del bestemmiatore, e’ potentissima).
Ho trovato invece molto debole il sostrato giallesco e complottista che Bellocchio ha tessuto dietro a tutte le vicende: poco credibile a mio avviso, ma soprattutto troppo poco suggerito (specialmente nel finale). Così come alcuni personaggi, situazioni, si e’ avuta una certa  indecisione nel delinearli bene, nel renderli  in maniera più incisiva e legata al resto del racconto, a partire dalla moglie Irene, all’avvenente falsa maestra di religione, al miracolato, ai pasti familiari, o le visite. La cosa meno riuscita IMHO restano cmq le palesi citazioni su Kubrick (da EWS per la quasi orgastica festa cardinalesca, a Barrylyndon per il duello), che se da una parte sono cmq rese con grazia ed efficacia visiva, dall’altro evocano un certo senso di emulazione che forse un film del genere non erano  necessarie (soprattutto per gli intenti). Varie le altre influenze , anche in altri ambiti, come per esempio Polanski (si pensi a “La Nona porta”, per esempio), che a conti fatti sembrava essere più stilisticamente vicino alle  idee di Bellocchio, e quindi più raccomandabile per delle dirette contaminatio.
Nel complesso un buon film, che denota un enorme coraggio visto che tocca tematiche assolutamente scomode, e vede una grossa sforzo, prima di tutto intellettuale, nell’affrontare certi fenomeni di costume con con piglio ferocemente critico ma al tempo stesso riflessivo, che cmq sembra funzionare anche a livello cinematografico, cosa che di solito in Italia manca quasi sempre.
Barryz

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