Lettera all’onorevole Guzzanti

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Egregio on. Guzzanti,
 
Le scriviamo a nome di Minerva, Associazione di Promozione Sociale  per la Lotta al Disturbo Bipolare:
siamo l’Associazione che ha dato, per così dire, asilo alla Sig.ra Darina Tercic dopo il trattamento ricevuto dal CSM di Trieste. Si è presentata a noi, ci ha portato le sue cartelle cliniche (siamo medici) e ci siamo resi conto delle sue condizioni psichiche che ci sono sembrate buone nonostante le traversie subite: abbiamo allora chiesto una consulenza allo psichiatra dott. Daniele Ramacciotti, un assistente della Clinica Psichiatrica dell’Università di Pisa, che visita periodicamente i nostri assistiti: egli ha fatto una perizia, riportata sul giornale Libero, dove si afferma che la Sig.ra Darina gli si è presentata sotto tutti gli aspetti “sana di mente”. Questa perizia le ha consentito di difendersi di fronte agli psichiatri di Trieste, che non avevano considerato il fatto che un genitore che ha un figlio gravemente ammalato può andare incontro a crisi di ansia, una patologia lieve che non richiede certo il TSO, trattamento per patologie gravi e pericolose.

Il fatto è che gli psichiatri triestini si rifiutano di fare una diagnosi, per motivi ideologici (!) e cioè per non emarginare i pazienti più gravi: ma sarebbe come se un cardiologo non facesse diagnosi di aritmia banale (patologia lieve) per non emarginare i pazienti con grave coronaropatia ed aritmie potenzialmente mortali.

La nostra Associazione si batte per la cura dei pazienti con Disturbo Bipolare (o Depressione Bipolare, o Malattia Maniaco-Depressiva): l’epidemiologia ha dimostrato in questi ultimi anni che la maggior parte dei pazienti psichiatrici “gravi” è affetta appunto da Disturbo Bipolare I e II (3%) e non da Schizofrenia, che è molto più rara (0.7%). A differenza dalla Schizofrenia, il Disturbo Bipolare può essere ben controllato con una terapia farmacologica adeguata e con la psicoterapia comportamentale, consentendo a questi pazienti un buon equilibrio psichico, che permette loro di vivere in famiglia e nella società senza particolari difficoltà. Purtroppo, molte volte la diagnosi non è corretta (si vedono molte schizofrenie che non sono schizofrenie) e di conseguenza sono frequenti cure farmacologiche non adeguate, che possono portare ad un peggioramento del paziente anziché al suo riequilibrio.

Le scriviamo questa lettera perché sappiamo che Lei ha un progetto di riforma della legge 180. Le saremo molto grati se vorrà tener conto di queste nostre osservazioni:

  1. il 92% delle patologie psichiche sono “lievi” (sempre che si sappia formulare una diagnosi) e si possono curare in ambulatorio;
  2. l’8% sono gravi: fra queste, la maggior parte sono classificabili come Disturbo Bipolare I e II e cioè sono curabili con buoni risultati;
  3. la Schizofrenia (cioè la demenza giovanile) è rara (0.7%); purtroppo non abbiamo ancora presidi adeguati per curarla bene: ma può essere controllata in modo tale da non costringere il paziente ad una reclusione perpetua;
  4. le demenze senili hanno già trovato soluzione in Italia con Centri specializzati per l’assistenza agli anziani affetti da queste patologie (aterosclerosi cerebrale, morbo di Alzheimer);
  5. sia il Disturbo Bipolare sia la Schizofrenia possono essere scatenati (“slatentizzati”, perché c’è sempre una predisposizione genetica) dal consumo di droghe o di alcool. Questi pazienti devono essere curati separatamente, fino al sicuro abbandono delle sostanze tossiche.

Tenendo conto di questi dati di fatto, noi non crediamo siano necessari reparti di degenza con molti letti, ma reparti in parte “chiusi” in parte “aperti”, dove i pazienti che hanno bisogno di un periodo di osservazione, sia per una crisi acuta sia per avviare una terapia adeguata, possano essere tenuti in osservazione anche per periodi di una certa durata (30 giorni o più) : una volta dimesso dal reparto in cui è stato ricoverato, il paziente dovrà trovare una rete di strutture, sul territorio, cui afferire per il controllo della terapia e la socializzazione (Centri Diurni).

Queste strutture, già previste peraltro da vari Progetti Obiettivi Regionali, dovrebbero essere strutturate in modo tale da garantire che i compiti ad esse affidati vengano effettivamente eseguiti: ciò che non avviene oggi, dato che i Centri Diurni esistenti sono gestiti male, con personale insufficiente o non sufficientemente specializzato, strutturalmente miseri e inadatti ai compiti loro assegnati. In mancanza di Centri Diurni adeguati, tutto il peso della cura di questi pazienti è stato caricato sulle famiglie (che una certa psichiatria più o meno “democratica” tende a marginalizzare, anziché coinvolgere ed educare). Ai Centri Diurni dovrebbero afferire i pazienti dimessi dai reparti ospedalieri e là essere seguiti con la terapia farmacologica e psicologica e con quell’attenzione che consentirebbe a psichiatri preparati di cogliere i primi segni di crisi. Ove il paziente disertasse, dovrebbero esserci équipe mobili che, andando a domicilio, lo convincono a riprendere la frequentazione del Centro Diurno, frequentazione che di solito non supera i due o tre anni, raggiungendo il paziente il suo equilibrio oltre che psichico anche nei rapporti con la società (superamento del ritiro sociale).

Poche Residenze Protette potrebbero supplire alla famiglia per quei malati gravi che non avessero una famiglia o che la famiglia rifiuta: ma queste dovrebbero essere veramente “protette”, con la presenza di personale altamente qualificato (medici ed infermieri). Si tratta infatti di malati che non possono essere lasciati a sé stessi.
Accanto ai Centri Diurni dovrebbero essere previsti ambulatori per le patologie psichiche più lievi, o specializzati per l’anoressia-bulimia.

In buona sostanza si tratterebbe di riservare le degenze ai casi in cui lo squilibrio è molto marcato: la maggior parte del lavoro dovrebbe compiersi nel territorio attraverso i Centri Diurni, gli ambulatori e, ove necessario, le Residenze Protette che devono essere situate molto vicine all’Ospedale essendo i pazienti ospitati pazienti gravi e senza una famiglia alle spalle.

È molto importante, inoltre, non diffondere il concetto di pericolosità sociale del malato psichico: infatti, ogni persona “strana” potrebbe essere additata dal vicino di casa e magari costretta al ricovero con traumi gravi per i pazienti e i loro familiari. È molto importante andare a domicilio, quando un familiare chiede aiuto, ma è importante rispettare con rigore la privacy di questi pazienti e delle loro famiglie e pertanto usare auto normali, e non ambulanze, e gli psichiatri e gli infermieri devono vestire abiti borghesi e non camici bianchi. L’unità mobile, costituita da uno psichiatra e due infermieri, dove è stata istituita, ha portato grandi vantaggi e spesso si sono evitati traumatizzanti TSO: molto spesso, infatti, con l’uso della parola e di farmaci adeguati, attraverso la collaborazione dei familiari, si è potuto convincere il paziente al ricovero o addirittura si è potuto evitare il ricovero stesso. Tutto si deve svolgere con molto rispetto dell’angoscia che la famiglia e il paziente stanno vivendo in quel momento.

E ancora: è importante considerare il vantaggio ottenuto in questi anni e che non deve essere perduto. È vero, c’è stata tanta confusione e si è scaricato sulle famiglie tutto il peso della cura di questi pazienti; però non dobbiamo perdere un bene importante che abbiamo ottenuto dopo la chiusura dei manicomi e attraverso il principio che il malato psichico è persona con diritti come tutti gli altri cittadini: il bene ottenuto è una diminuzione dello stigma. A ciò hanno contribuito le molte scoperte delle neuroscienze e il fatto che si è capito che non esiste la malattia mentale ma tante malattie diverse fra di loro, la maggior parte lievi, ognuna con la propria cura. Il costume è cambiato: il cinema ne dà continuamente testimonianza e personaggi famosi hanno dichiarato di soffrire di Depressione Bipolare: ciò ha portato ad una riduzione del sommerso che però purtroppo rimane ancora enorme.

Dunque la strada è lunga ed è fondamentale che ogni legge abbia presente la grande sofferenza dei familiari e dei pazienti colpiti da una malattia mentale; è importante capire come tale sofferenza possa essere in un attimo gravata anche da emarginazione, umiliazioni, nessuna difesa di fronte al bene supremo degli altri “sani di mente”, cioè la loro serenità che esclude il “disturbo” che può dar loro la persona diversa: troppo spesso in passato le “stranezze” hanno disturbato i “sani di mente” perfettamente omologati con i costumi e le leggi vigenti ed hanno portato alla reclusione o all’emarginazione di persone scomode solo perché proiettate verso il futuro in anticipo rispetto ai tempi.